Aurora Cantini: “Di acqua e di terra”

“Di acqua e di terra”

Racconto di Aurora Cantini

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Sono nata il giorno di Natale del 1796, proprio quando le truppe rivoluzionarie francesi entravano in Bergamo, ponendo fine al lungo dominio di Venezia, ormai odiata per i continui aumenti di prezzi e tasse.
Mentre mia madre urlava per le doglie, gli uomini riuniti sull’aia nel borgo di Amora Bassa erano elettrizzati per il volgere nuovo degli eventi. La rivoluzione in Francia aveva reso tutti pieni di aspettative, di sogni, si parlava di libertà, di uguaglianza, e anche in Valle Seriana quel giorno di Natale sembrava aver portato un regalo. Appena vidi la luce, mio padre disse che era un segno di augurio: «Questa bambina vedrà cose nuove. Basta patimenti, vedrai Cecilia. Imparerà, forse anche il francese, non sarà come noi sfortunati.» E con questo pensiero sono cresciuta, mi chiamavano “la francesina”, poi hanno smesso in fretta, quando fu chiaro che Napoleone cercava nella bergamasca ogni possibile risorsa per arricchire solo il suo esercito e la sua terra francese.
La carestia era l’unica padrona dei magri a faticosi giorni nella contrada di montagna dove vivevo, o meglio, sopravvivevo insieme alla mia famiglia: eravamo in dodici, io ero una delle prime figlie e mi occupavo dei fratellini, oltre che della casa, della campagna e delle mucche nella stalla. Con noi la famiglia del fratello di mio padre, e il mio vecchio nonno. Si coltivava la terra, si viveva dei prodotti dell’orto, si tagliava il fieno, si raccoglieva legna, si tenevano puliti i boschi, si pregava. Gli adulti cercavano di sfruttare il terreno anche là dove era difficile coltivare. I giovani emigravano all’estero in cerca di lavoro, nelle miniere. Di fame ce n’era tanta, perché la sola polenta, unita al latte o alle castagne, non bastava a riempire la pancia. Ogni giorno un funeralino segnalava la morte improvvisa di un bambino e anche a casa mia ne erano già morti tre, uno dietro l’altro, ancora in fasce.
A dieci anni iniziai il mio lavoro in bassa valle, nella filanda della Ripa, ad Albino, dove venivano portati i bozzoli dei bachi da seta allevati nelle cascine del paese. I vermetti, dopo la schiusa, venivano alimentati per circa quaranta giorni con le foglie degli alberi di gelso, piantati precedentemente nei campi, fino a quando, ormai giunti alla dimensione massima di bruco, si preparavano ad entrare nello stato di crisalide e si arrampicavano sui rametti preparati dal contadino. Qui il baco fissava il suo filo di seta su uno dei rametti ed iniziava a costruirsi il bozzolo, che le donne della casa raccoglievano in cesti e portavano alle filande dove venivano venduti. Scendevo dalla montagna il lunedì, insieme alle altre mie compagne, lungo una ripida mulattiera che serpeggiava tra canaloni, pareti di rocce e dirupi scoscesi, arrancando ore e ore al buio con i miei zoccoletti di legno, fino al grande e cupo capannone puzzolente e malsano.
Lì mi attendeva una giornata di 12 ore, per sei giorni, china sui pentoloni bollenti nei quali sobbollivano i bozzoli, da cui noi disperate operaie dovevamo ricavare il filo di giunta e dipanare la seta. Ero una delle scoparine, dovevo tenere a bada quattro o cinque bacinelle piene di acqua caldissima, indispensabile per ammorbidire i bozzoli messi a macerare e uccidere la crisalide all’interno; dopodiché li raccoglievo a mani nude e con la scopina dovevo spazzolare i bozzoli per trovare il capofilo. Ero talmente bassa che raggiungevo a stento il bordo della vasca, perciò ero sempre bagnata e gocciolante, per questo indossavo un grembiulino legato davanti. Le mie mani, a forza di stare immerse nell’acqua bollente, dove galleggiavano le crisalidi morte che mandavano un fetore insopportabile, si piagavano fino a sanguinare a causa delle vaste scottature. Si respirava a fatica per l’aria troppo calda e umida, piena di polvere, e per l’odore nauseabondo. Anche quando ero a letto mi sentivo addosso l’odore di marcio che impregnava i vestiti, la pelle, i capelli. Come salario, pochi soldi. Il mio pranzo in filanda, polenta e stracchino, lo portavo da casa o dal convitto avvolto in panni, per poi riscaldarlo accanto alle bacinelle usate per i bachi.
Purtroppo un paio di volte il direttore mi aveva preso a calci nel sedere, perché avevo rovesciato l’acqua pulita, o mi ero inciampata negli zoccoli sdrucciolevoli, e mi aveva cacciato via dalla filanda. «Piccola ignorante!» mi aveva gridato addosso, al mio tentativo di giustificarmi. «Non voglio sentire questioni. Tutto deve funzionare alla perfezione qui dentro! Vattene! Non mi servi così lenta e maldestra!!!»
Perdere il lavoro era facile, come un battito di ciglia, bastava una piccola distrazione e nessuna di noi era scusata. A nessuno interessava la nostra salute, le nostre preoccupazioni o l’inesperienza della nostra giovane età. E poi di manodopera ce n’era in abbondanza, fuori dalla filanda c’era sempre una fila di bambine che chiedeva lavoro.
Mia madre, che sapeva come andavano le cose, mi ingiunse senza mezzi termini in dialetto bergamasco: «Domanderai scusa al direttore! Vedrai che domani ti riprenderà ancora! Ma tu chiedigli scusa!»
«No, mamma! Non voglio più lavorare in filanda! Preferisco lavorare nel campo, “in dèl cap”, all’aria buona!»
Ma ero una bambina, ero stata educata ad obbedire e la mia coscienza già mi rimordeva osservando i volti dei miei fratellini sbucare da sotto il tavolo. Sapevo che i 20 centesimi al giorno che prendevo di paga erano troppo importanti per la mia famiglia.
Così, il mattino dopo, seduta sui gradini della filanda, avevo aspettato per ore, e con il mal di pancia, che il direttore arrivasse; quando si era accorto di me, mi ero fatta coraggio, mi ero perfino inginocchiata, e gli avevo chiesto scusa, le lacrime agli occhi, il rossore della vergogna che mi infiammava il viso. Mi era andata bene. Potevo riprendere il mio posto, fino alla prossima sfuriata.
Purtroppo una brutta tosse presa a causa della costante umidità aveva segnato la mia fine: mi sconquassava il petto, disturbava il sonno, faticavo a respirare, stentavo a tenere a bada le mucche al pascolo, ero sempre più pallida e gonfia, ma soprattutto non ero più in grado di assicurare manodopera alla filanda e rischiavo di diventare un peso troppo oneroso per la mia famiglia.  L’anno precedente, per la stessa tosse, era morta mia sorella Fidalma, di due anni più grande di me. Per comprarle le medicine mio padre aveva dovuto vendere due mucche e ora si trovava sull’orlo della povertà più totale. Lo speziale, che fungeva anche da cerusico e ammazzava i maiali, aveva spiegato senza mezzi termini che dovevo spostarmi in pianura, in un luogo vicino al mare, per permettere ai miei polmoni malati di respirare aria salubre.
Ero partita una mattina presto di fine maggio, quando tutti i compaesani erano già al lavoro nei campi, impegnati nel taglio del primo fieno. Non avevano alzato la testa nel vedermi passare, per pudore e rispetto nei miei confronti, ma sapevo che tutti avvertivano la mia ombra scivolare sulle loro mani che impugnavano le falci e i rastrelli. Le mie poche cose le avevo raccolte in un fagotto con le mie iniziali, che tenevo legato sulla spalla mentre scendevo la mulattiera per raggiungere il primo carretto di passaggio che mi avrebbe portato a Bergamo; da lì sarei stata presa in consegna da una famiglia in partenza per l’Adriatico.
I miei genitori li avevo già salutati la sera prima, del resto erano bastate poche parole, non si usavano piagnistei, né lamentele in montagna. Mia madre mi disse addio senza guardarmi negli occhi, con parole rassegnate di chi sa accettare il proprio destino e quello dei propri figli; lei sapeva bene che quello stato di cose non si sarebbe potuto cambiare. Era così, dovevo accettarlo. Ne avevo visti tanti altri partire e potevo solo benedire il mio essere ancora viva, seppur sputassi sangue. Ero vuota nella mente, pregavo in silenzio affidandomi alla Madonna del Carmine. Per il resto non mi aspettavo nulla, nessun’idea del futuro, nessun sogno nascosto.
Non sono più tornata alla mia montagna, non ho più saputo nulla della mia famiglia. Per loro ero morta, come loro per me.
La carestia colpì regolarmente genti e paesi nel corso degli anni, ma le condizioni dei contadini erano sempre precarie e disperate. Senza contare le epidemie di colera che imperversavano nelle città come anche nelle campagne, senza distinzioni tra gli uomini.
Gelate invernali, settimane di pioggia, grandi piene dei fiumi, non era cambiato nulla rispetto alla mia precedente vita, se non per l’acqua invece che la neve e i temporali: si poteva solo imprecare o pregare, ma in ogni caso, Dio o il Demonio, decidevano le sorti degli uomini senza possibilità di requie. Si poteva morire per neve e gelo nell’attraversare i passi o rimanere travolti dall’improvviso innalzamento dei torrenti, oppure schiacciati e sepolti da frane e massi lungo le vie carrozzabili, respirando solo polvere e sputando ghiaia.
Ormai sono vecchia. La sera, qui in questa cantoniera sul Rubicone, anelo solo al mio pagliericcio di foglie di granoturco sotto l’abbaino, dove riposare le mie ossa frantumate e doloranti, aspettando un nuovo giorno. Non vado in chiesa da anni, ma prego ancora la mia Madonna del Carmine, ogni giorno come salvezza alla mia anima.
Ma oggi il mio cuore è spezzato come un albero secolare sotto l’infuriare della tempesta. Oggi… 6 agosto 1849, ho saputo che Anita non è mai arrivata a Venezia.
Me la rivedo come mi é apparsa quella notte del 31 luglio, mentre attendeva il suo uomo, il Generale, uscito in ricognizione con gli altri rivoltosi, deciso a recarsi a Venezia e sfuggire ai soldati austriaci. Giovane, quasi una bambina, i grandi occhi neri che luccicavano di lacrime trattenute, la pelle liscia, come di terracotta, evanescente, le labbra rosse come una ciliegia, screpolate e riarse per la sete sicuramente patita nella fuga, ma ancora morbide, appena con un accenno di rughe all’ingiù, segno delle pesanti preoccupazioni con cui ha convissuto, e contro cui ha lottato, in silenzio, le mani piagate per i molti tagli sanguinanti causati dal passaggio tra i rovi e gli sterpi.
Stava accasciata a un tavolo d’angolo, una ragazzina da dieci anni in guerra contro il mondo, nascosta dietro un mantello, in balia degli oscuri disegni del destino, solitaria figurina in penombra, senza futuro. La febbre alta che la divorava la rendeva quasi lucente, come un’apparizione. Ricordo come marchiate a fuoco le sue ultime parole prima di scomparire nella notte calda. «Voi Italiani dovete capire quello che Lui sta facendo! Promettetemi che lotterete per questa vostra Terra.» Mi aveva artigliato le braccia con le dita ossute, febbricitante e scossa dai brividi. «Promettete che non farete mai PIÙ GUERRE, sarete UNITI!!! DOVETE!!»
Cerco l’immagine del suo bambino mai nato, mai chiamato al mondo, morto con lei e fuso nel suo cuore. Solo io ho toccato l’addome che lo conteneva, l’ho sentito scalciare da sotto la pelle, ho seguito la curva dei suoi piedini. Chissà se sarebbe stato maschio biondo e forte come il padre, oppure femmina scura e compatta come la madre. Chissà come sarebbe cresciuto, che tipo di Italiano sarebbe diventato. Mi aveva detto: «Da mare a mare, da terra a terra.» Nessuna delle due ritornerà più alla propria terra, ma questa Italia si salderà di acqua e di terra, così sarà.
Nel suo nome ho trovato la parola “anima” e la parola “Italia”. Nessun luogo su questa terra sarà la sua casa se non i nostri cuori. Non Nizza, o Roma, o le Mandriole, o Laguna do Brasil. Il suo destino è trovare spazio nella vita del mondo, perché Anita Garibaldi è cittadina del Mondo.